“Mi piace pensare che lo spettatore diventi a sua volta creativo”. Conversazione con Marco D’agostin

Le conversazioni sono sedici interviste agli autori che saranno a NID Platform e che pubblicheremo da luglio a settembre.
Intervista a cura di Lisa Cadamuro – NID Platform staff 

Lei definisce la sua performance Everything is ok come “un esperimento sulla stanchezza del guardare”. La parola “esperimento” non è usata a caso, perché lo spunto è stato, in effetti, scientifico. Vuole dirci qualcosa di più?

Ci sono molte letture che hanno accompagnato la creazione di Everything is ok, a volte incoraggiando le direzioni che avevo preso istintivamente, altre volte dirottandomi violentemente verso esiti insperati. Tra queste letture ci sono alcuni saggi di neuroscienza che si basano su una materia molto studiata negli ultimi quindici anni: come si comporta il cervello umano in assenza di un compito preciso e come invece reagisce alla presenza di una sovrabbondanza di compiti o segnali. Il risultato più sorprendente è che ci sono motivazioni scientifiche che confermano l’assoluta necessità dei periodi di riposo del cervello nella conduzione di una normale giornata. L’ozio e la noia hanno fini utilissimi: l’immagazzinamento di ricordi, la creatività, lo sviluppo di un’autocoscienza emotiva. Il senso comune lo ha intuito da millenni, ora ne abbiamo la prova scientifica.

Tralasciando i risvolti sociologici, politici ed economici che questo campo delle scienze ha – e per i quali rimando ai saggi del filosofo Byung-Chul Han – ciò che è rimasto come traccia evidente nel lavoro coreografico è il tentativo, che ho deciso di chiamare esperimento, di sottoporre il pubblico a un bombardamento di segni più o meno riconoscibili, tutti relativi al muoversi nel campo dell’intrattenimento. L’ipotesi che desideravo dimostrare, e che a ogni replica mi riprometto di mettere alla prova, è cosa accada a uno spettatore quando un solo corpo in scena produce un’enorme quantità di segni, tutti potenziamente riconoscibili ma privati del loro contesto originale, delle relazioni di senso e gerarchia. Il mio augurio è sempre quello che lo spettatore si abbandoni a uno stato di perdizione, che decida (o non decida) di giocare al riconoscimento di quei segni, e che a un certo punto, semplicemente, il suo cervello lo spinga a trovare qualcosa d’altro in quel corpo, o nello spazio che quel corpo abita – in altre parole, mi piace pensare che lo spettatore possa diventare a sua volta creativo in reazione a un’abbondanza di immagini, gesti e movimenti che è chiamato a decodificare.

E tuttavia il mio non vuole essere un lavoro “a tesi”, non si pone il problema della veridicità dell’esperimento e non ha un vero obiettivo, se non quello di fornire gli strumenti per un’esperienza.

Che significato ha il titolo?

Il lavoro nasce, in primissima istanza, da una frustrazione di fronte all’impossibilità di rispondere a un’aspettativa: intendo l’aspettativa di uno spettatore di danza contemporanea e di teatro. Non voglio generalizzare, ma nel periodo appena precedente la creazione di questo lavoro vivevo con grande sconforto quella che mi sembrava essere la richiesta di una dimensione più intrattenente della danza, una richiesta che mi pareva venire da più fronti e che forse, in realtà, veniva prima di tutto da me. Everything is ok è stato dunque fin da subito un mantra che desideravo portare con me durante il processo creativo, era importante dirmi e dire che tutto, in fondo, va bene, anche quando non è vero.

Lei è l’autore e l’unico interprete di questa performance, per la quale ha lavorato anche Marta Ciappina come movement coach. Come si è svolto il vostro lavoro insieme?

Ho invitato Marta Ciappina a partecipare a questo progetto perché la stimo sia come danzatrice che come pedagoga – continuo a credere che in questo momento in Italia sia una figura di riferimento nella trasmissione del sapere sul movimento: ha una proprietà di linguaggio e una personale cosmologia lessicale che rendono il suo insegnamento allo stesso tempo puntuale e affascinante, intellettuale e sensuale. L’aspetto sorprendente della nostra collaborazione è che in un tempo molto breve si è ricavata un ruolo perfetto all’interno del processo creativo: ha compreso con impressionante esattezza di cosa il mio corpo e la mia immaginazione avessero bisogno per farsi abitare dalla collezione di gesti sui quali stavo costruendo la partitura – la mia catena, come Marta l’ha giustamente rinominata fin dal primo giorno di lavoro assieme. Ha creato per me gli strumenti per non annegare in quella danza così forsennata e così tecnicamente complessa, aiutandomi a dare la giusta specificità a ogni dettaglio e obbligandomi a misurarmi col peso morale di quel muoversi, che aveva bisogno di rispondere onestamente sia alle richieste del corpo (i respiri, i cali di tensione, le accelerazioni, gli strappi) sia a quelle dello spettacolo più in generale (la relazione con il fuori, lo sguardo del pubblico, la gestione della stanchezza, il tempo).

Il suono è curato dal musicista e compositore LSKA. Com’è nata la vostra collaborazione?

LSKA aveva collaborato con Giorgia Nardin in uno spettacolo di cui ero interprete, All dressed up with nowhere to go. Mi è sembrata la persona giusta per occuparsi delle musiche di questo lavoro che richiedevano da una parte di porsi come contrappunto, dall’altra di evocare un paesaggio. LSKA ha una grande perizia tecnica del mezzo elettronico ma è capace di muoversi su più territori, anche tradizionali: gli sono molto grato per aver creato la splendida composizione al pianoforte con cui questo lavoro si chiude.

L’associazione VAN, che presenta il suo spettacolo, è molto giovane. Fondata da lei, Francesca Foscarini e Giorgia Nardin nel 2013, ha già ottenuto molto successo, sia in Italia sia sul piano internazionale. Come ci siete riusciti?

VAN ha una fisionomia piuttosto singolare: è nata nel 2013 perché io, Francesca e Giorgia venivamo da un’esperienza molto fortunata di creazione comune, Spic & Span, e volevamo però continuare anche a creare lavori come autori singoli. Creare e gestire un’associazione pone una serie di questioni molto complesse, è faticoso eppure per noi necessario, ci garantisce una grande autonomia di pensiero e di scelta e siamo felici, negli anni, di aver visto riconosciuta la sua esistenza. Allo stato attuale parte integrante della struttura è Federica Giuliano, la nostra amministratrice, professionista appassionata e precisa, che trovo necessario citare perché è la garante della sopravvivenza dell’associazione.

La questione del successo, però, dipende esclusivamente dai risultati di ognuno dei coreografi che ne fanno parte; VAN cerca di mettere a disposizione i mezzi per lavorare con continuità e professionalità, ma è grazie al grande valore artistico delle opere di Francesca, Giorgia, Davide Valrosso, Camilla Monga e Andrea Costanzo Martini che si può, in qualche misura, parlare di riconoscimento internazionale.

Che cosa si aspetta da questa edizione di NID Platform, dove tra l’altro portate – come associazione VAN – ben due spettacoli? 

Sembrerò triviale, ma la prima cosa che mi aspetto è di trovare le condizioni ottimali per poter svolgere il mio lavoro: accoglienza, tempo, pazienza, cura. Non c’è manifestazione che possa riuscire bene se ad animarla non è un gruppo affiatato e appassionato di organizzatori, tecnici, volontari. In questo senso è più importante il lavoro dello staff, piuttosto che quello degli artisti: noi abbiamo già creato i nostri spettacoli, non ci resta che eseguirli bene, nelle giuste condizioni.

Mi aspetto inoltre, come sempre in questo genere di eventi, di conoscere persone con le quali si possa conversare con un certo livello di serietà, accuratezza, onestà.

 

Marco D’agostin

M. D’agostin è un performer e coreografo. Ha danzato per Claudia Castellucci/Socìetas Raffaello Sanzio, Alessandro Sciarroni, Liz Santoro, Iris Erez, Tabea Martin. Approfondisce le tematiche legate alla ricerca coreografica con, tra gli altri, Rosemary Butcher, Peggy Olieslaegers, Wendy Houstoun/DV8, grazie ai progetti internazionali in cui è invitato, tra i quali ChoreoRoam Europe e Act Your Age. Tra i suoi lavori, viola (vincitore Premio GdʼA Veneto 2010, selezione Aerowaves 2011 e Anticorpi XL 2011), Spic & Span (vincitore Segnalazione Speciale Premio Scenario 2011), per non svegliare i draghi addormentati (vincitore Premio Prospettiva Danza 2012). Everything is ok è stato selezionato da Aerowaves ed è il solo italiano scelto dalla rete di circuitazione svedese Dancenet Sweden nel 2016.
Nel 2017 debutta il suo ultimo lavoro, The Olympic Games, creato in collaborazione con Chiara Bersani e coprodotto da K3/Kampnagel (Amburgo) e dal progetto europeo BeSpectACTive!