“Ogni paesaggio è un paesaggio dell’anima”. Conversazione con Fabrizio Favale

Le conversazioni sono sedici interviste agli autori che saranno a NID Platform e che pubblicheremo da luglio a settembre.
La prima è quella con Fabrizio Favale, che a Gorizia presenterà Hekla insieme alla sua compagnia Le Supplici.

Intervista a cura di Lisa Cadamuro – NID Platform staff 

Com’è nata l’ispirazione per questo spettacolo e in che modo questo lavoro si lega al più ampio progetto Circeo, di cui è un’anteprima?

Quasi tutti i miei lavori hanno la tendenza all’astrazione danzata, cioè, mi piace dire, vogliono proiettarsi in direzione degli “astri”, in lontananze che abbandonano le cose del mondo. Eppure è come se venissero dai paesaggi italiani o dall’immaginario e dalla cultura popolare arcaica che spesso vi si connette. Il potere di pietraie desolate, di vulcani attivi, di isole remote, di ghiacciai alpini, di transumanze di uomini e animali, di migrazioni di animali selvatici, non possono non influenzare qualunque mio, direi congenito, desiderio d’astrazione (come danzatore provengo infatti dalla danza astratta americana). Forse la danza astratta e i paesaggi hanno in comune un fondo che è irriducibile. Poi capita spesso che i luoghi geografici siano anche luoghi del mito e del magico, come Circeo appunto. Oltre ad esserci nato in quell’area geografica, questo luogo e i suoi miti hanno un’attrazione che riflette molte modalità e qualità della danza su cui sto lavorando attualmente. M’interessa certamente l’illusione, un senso del magico, ma anche la reazione fra gli elementi come in un laboratorio, la possibilità di innescare e far reagire le cose senza toccarle, il senso ciclico della distanza e del ritorno, la possibilità del danzatore di dialogare con tutte le forme della natura, in un linguaggio intraducibile e incomprensibile, e proprio per questo tanto più carico di fascino.

Il titolo, Hekla, è il nome di un vulcano islandese. Qual è il significato di questo riferimento geografico e in che modo il paesaggio islandese influenza lo spettacolo?

L’Islanda ha profondamente influenzato molti dei miei lavori (forse tutti), perfino da prima che la visitassi. Nella mio mondo immaginativo c’è sempre stata. Ogni paesaggio prima d’essere geografico è un paesaggio dell’anima. Non è dunque raro trovare l’Islanda qui e il qui in Islanda. Ora, dovevo realizzare una tappa che avrebbe preceduto lo spettacolo Circeo e ho pensato che una parabola di allontanamento fosse necessaria. Ma doveva essere un allontanamento fra le similitudini, e anche Hekla, come Circeo, è allo stesso tempo luogo geografico e luogo mitico.

In questo lavoro, le azioni al centro della scena sono accompagnate da altre azioni che si svolgono ai lati. Che rapporto c’è tra lo spazio performativo e ciò che succede appena fuori?

Sì, assieme ad Andrea Del Bianco, mio collaboratore da tanti anni e co-ideatore della parte visiva e dell’uso dei materiali in molte nostre creazioni (laureato in chimica e alle Belle Arti, Andrea è un restauratore di carta antica), agiamo sempre dalla periferia della scena per modificarne le atmosfere e la chimica interne. Forse come due alchimisti – potrei dire – di un tempo imprecisato, modifichiamo costantemente la scena, le luci, le densità atmosferiche, e tutto dal vivo, in una ciclicità che porta a un finale aperto di forte impatto visivo.

Come mai ha scelto solo interpreti maschili per questo spettacolo?

Un po’ per caso la mia compagnia si è stabilizzata su una formazione tutta al maschile. Spesso sono i danzatori stessi che scelgono e si propongono a noi. Poi il caso ha voluto che ci siamo imbattuti in un titolo che rimanda a quei protagonisti erranti dell’Odissea e che sono proprio un gruppo sparuto di marinai. Ma non è su questo che si fonda il lavoro. M’interessano la qualità e l’abilità di un danzatore nell’accedere a un vocabolario danzato molto vasto. La mascolinità e la femminilità sono solo sfumature del movimento fra le tante possibili.

Le musiche originali di Hekla sono firmate da Daniela Cattivelli. Com’è nata questa collaborazione, che è oggi alla sua terza prova?

Io e Daniela abbiamo sensibilità e percorsi molto distanti, eppure proprio per questo i lavori assieme acquistano una grana inaspettata. La nostra prima collaborazione importante è nata in fase di creazione di Ossidiana (2014). L’ho invitata a eseguire le musiche dal vivo della prima rappresentazione, a Reggio Emilia, senza darle la minima indicazione, senza ascoltare neanche una nota di quello che avrebbe fatto. Ci siamo trovati direttamente in prova generale, e il risultato è stato stupefacente. Normalmente parliamo pochissimo e procediamo per intuiti e per creazioni atmosferiche.

Lei ha danzato a lungo e ha fondato la sua compagnia, Le Supplici, nel 1999. Dal suo punto di vista, che cosa è cambiato nella danza degli ultimi vent’anni?

Il panorama italiano è davvero molto complesso, perché non essendo mai stato fatto un investimento sistematico sull’innovazione, i programmi di distribuzione, visibilità e sostegno alla danza che ci sono attualmente si modellano più sull’urgenza e il desiderio di sopravvivere che su modalità razionali che guardano lontano. Forse vent’anni fa in Italia esisteva davvero poco, sia come compagnie che come opportunità, ma la sensazione è che c’era un’apertura a un possibile futuro da inventare, sia per chi sceglieva la strada del danzatore sia per chi sceglieva la coreografia. Poi negli anni abbiamo visto che quel che di innovativo è arrivato in Italia è arrivato dall’estero, e nessun autore italiano ha avuto quelle stesse possibilità. E oggi è ancora così. È in questo panorama che si è formata la mia compagnia e quella di alcuni miei amici e colleghi, e il fatto che siamo sopravvissuti ancora mi stupisce. Ma chissà, forse va bene così: l’asprezza d’una strada attiva la creatività e i nuovi dialoghi col pubblico. Io non credo affatto in quella che viene definita la “formazione del pubblico”. Non esiste nessun pubblico da formare (so che sto dicendo qualcosa di totalmente impopolare!), ma davvero credo nell’intelligenza istintiva delle persone, e a mio parere esistono solo opere riuscite e opere malriuscite, opere che coincidono con i tempi contemporanei e opere che balzano in avanti di secoli e che nessuna formazione preparatoria è adatta a far comprendere. Anche il tempo è necessario. Continuo a credere che l’artista dovrebbe indicare i mondi inesistenti, ma non necessariamente indicare agli altri come ci si arriva. Altri semmai potrebbero spendere energie per capire in che modo valorizzare, sostenere e poter accedere a queste nuove visioni. Ma bisogna crederci e iniziare ad amare i propri artisti naturalmente, come è sempre accaduto in Francia, per esempio. La Francia ha sempre amato i propri artisti, bravi o meno bravi che fossero. La questione degli investimenti economici, intellettuali e, a questo punto mi verrebbe da dire, del cuore, resta quindi centrale.

Quella di quest’anno è la sua terza partecipazione a NID Platform. Che cosa si aspetta dall’edizione 2017?

Per quanto riguarda la mia compagnia la partecipazione all’edizione del 2015 ci ha dato una visibilità ad altissimi livelli internazionali, grazie senz’altro anche alla professionalità e a una rara efficacia tecnica dello staff di NID nell’edizione di Brescia. Da lì il nostro lavoro Ossidiana è stato presentato alla Biennale de la Danse de Lyon 2016, che continua a seguire i nostri progetti in maniera attentissima, e Circeo è ora coprodotto da Theatre National de la Danse Chaillot di Parigi. NID Platform a mio parere può essere dunque un ottimo strumento di visibilità internazionale, ma occorre ricordare che potrebbe diventare una terribile “schiacciasassi” se si dovesse dimenticare del territorio in cui nasce e di cui tratta, della sua storia, delle sue peculiarità, sensibilità e mancanze. Un’emancipazione e un investimento coraggioso sono ancora tutti da costruire.

 

Fabrizio Favale

Full Scholarship presso American Dance Festival, Duke University USA 1990. Come danzatore riceve nel 1996 il “premio della critica come miglior danzatore italiano dell’anno”. Come coreografo nel 2011 la “Medaglia del Presidente della Repubblica al talento coreografico italiano”. Dal 1991 al 2000 è danzatore per la compagnia Virgilio Sieni. Nel 1999 fonda la compagnia Le Supplici. È ideatore di una serie di progetti indipendenti dedicati alla ricerca tra cui: Piattaforma della Danza Balinese per Santarcangelo Festival e Gamelan progetto interamente prodotto dal Festival Fabbrica Europa Firenze (entrambe i progetti sono co-ideati con i coreografi Michele di Stefano e Cristina Rizzo), “Circo Massimo” per Teatro Duse e “Le Supplici Youth Dance Art” 2017. Collabora con musicisti internazionali come Mountains, Teho Teardo, Daniela Cattivelli, Keith Fullerton Whitman.